The Phair 2021

The Phair 2021, Booth 2 Hall Blue

Galleria Frediano Farsetti, Milano

Booth 2 Hall Blue

Look Here (Fotografia)

Fernando Sánchez Castillo, Ingeborg Lüscher, Lapo Binazzi (UFO)

A cura di Lorenzo Bruni


            Look Here (Fotografia) è il progetto che la Galleria Frediano Farsetti di Milano presenta per The Phair. La mostra propone un dialogo inedito tra Fernando Sánchez Castillo, Ingeborg Lüscher e Lapo Binazzi (UFO), artisti di fama internazionale e appartenenti a tre generazioni differenti che adottano da sempre vari media tra cui la fotografica.

            Le opere presentate dialogano tra loro in quanto accomunate dalla loro capacità di rappresentare un momento di tensione della materia: l’istante della sua impellente trasformazione. Per gli artisti in mostra dare voce a questo istante è il modo per creare un incontro tra opera, gesto potenziale e spettatore oltre che rispondere in maniera consapevole all’ambiguità dei segni con cui il soggetto deve fare i conti con l’era dei mass media, dalla metà degli anni ’60 a oggi.

            Il titolo della mostra Look Here esorta non soltanto a guardare, ma anche a sentire più in generale, suggerendo un’esperienza coinvolgente e non distaccata delle cose. Infatti le immagini di Fernando Sánchez Castillo, Ingeborg Lüscher e Lapo Binazzi (UFO) colpiscono per una particolare anti-spettacolarità e proprio per questo sorprendono nel momento in cui ci conducono a riflettere sui meccanismi di sedimentazione del concetto di quotidiano, di senso comune e di cosa può essere considerato opera d’arte, progetto di architettura o oggetto di affezione.

            Look Here (Fotografia) a The Phair è un’anticipazione della mostra che si terrà nella sede milanese della Galleria a settembre 2021 al cui interno oltre alle opere fotografiche saranno presenti opere scultoree, installative e pittoriche degli artisti coinvolti. La storica Galleria Frediano Farsetti di Milano prosegue con questo progetto, all’interno del ciclo di mostre dal titolo Connection, a cura di Lorenzo Bruni, il suo confronto con l’arte contemporanea.

Artisti in mostra

            Fernando Sánchez Castillo (1970, Madrid; vive e lavora a Madrid) realizza dalla fine degli anni ‘90 sculture, quadri, azioni, video e installazioni dal forte impatto emotivo con cui dà forma concreta al dibattito attorno alla memoria collettiva, emersa nell’era post-ideologica. Studia il rapporto tra arte e potere, tra storia e politica, tra spazio pubblico e privato per riflettere su cosa possano significare, nell’era globale e digitale, le nozioni di utopia, rivoluzione e artista impegnato. Sánchez Castillo per la Biennale di San Paolo del 2004 presenta il video Rich Cat in cui una testa in bronzo di un monumento pubblico viene usata per attività sportive mettendo in evidenza con ironia surreale che l’approccio nel corso del ‘900 è sempre stato quello di un’azione di distruzione dei monumenti di potere senza pensare alla creazione di altri monumenti. In una serie di lavori intitolata Barricades, esposti anche al Mart di Rovereto nel 2008 per la mostra curata da Achille Bonito Oliva dal titolo Eurasia, Castillo realizza barricate composte di oggetti vari, trasforma il simbolo della protesta in qualcosa di diverso e problematico attraverso l’impiego del bronzo, materiale con cui normalmente sono costruiti i monumenti del potere. Nel 2005 e nel 2006 è residente alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam, oltre ad aver partecipato al gruppo di ricerca delle Nazioni Unite di Ginevra, PIMPA Memory, Politics and Art Practices. Tra le molte mostre personali si ricordano: Museo statale di architettura Shchusev, Mosca (2019); Kunstraum Innsbruck (2016); Sala de Arte Público Siqueiros, Polanco (2016); Museo Stedelijk’s-Hertogenbosch (2016); Centro de Arte Dos de Mayo CA2M, Madrid (2015); OK Centrum Linz (2014); Rabo Kunstzone, Utrecht (2013); Kunstpavillon München (2013); Kunstverein Braunschweig (2012); Matadero Madrid (2012); CAC Malaga (2011). Tra le molte manifestazioni collettive di livello internazionale a cui ha preso parte si ricordano: Biennale di Riga (2018); Centro Nazionale per le Arti Contemporanee, Mosca (2016); Today Art Museum Beijing (2016); Biennale Gherdëina (2016); Centraal Museum Utrecht (2016); Manifesta 11 Zürich (2016); Albertinum Dresden (2015); Palais de Tokyo (2015); MOTA Tokyo (2014); Biennale di Göteborg (2013); De Appel Amsterdam (2013) e MAC Marseille (2013).

            Ingeborg Lüscher (1936, Löffler, Freiberg; vive e lavora a Tegna) ha adottato dagli anni Sessanta, dopo aver lasciato la sua carriera iniziale di attrice, una pratica multidisciplinare che l’ha portata ad espandere le potenzialità di media come la pittura, la fotografia, le pratiche concettuali, il video e le installazioni. Le sue opere di scultura e pittura incarnano l’idea della trasformazione della materia, per questa ragione impiega spesso materiali non convenzionali di alto valore simbolico come lo zolfo. Inoltre, quando si confronta con la narrazione fotografica o con il display museale punta sempre ad evocare la capacità degli oggetti di conservare la memoria, pur valorizzando una dimensione epifanica del quotidiano con cui osservarlo con lo stupore della prima volta. Questo è evidente sia con la serie fotografica iniziata nel corso degli anni Settanta – e che si configura come un work in progress – dal titolo Magician Photo, in cui in nove scatti disposti a griglia ripropone gli incontri fatti durante i suoi viaggi; sia con l’opera dal titolo Il cuore sulla via del divenire del 1975, costituita da ciottoli di pietre levigate dall’acqua in cui l’artista interviene con ironico senso classificatorio creando 22 vetrine con varie associazioni. Nel 1999 fece scalpore la sua partecipazione alla Biennale di Venezia, dove presentò il suo lavoro con lo pseudonimo di Ying-Bo, un artista maschio cinese che dava voce, con il video Fei-Ya! Fei-Ya! Fly, Fly (Our Chinese Friends) al grande cambiamento dovuto alla globalizzazione mettendo però in evidenza anche gesti e riti che sono senza tempo. Nella Biennale di Venezia del 2001 invece presenta un’ampia installazione con video e fotografie dal titolo Fusion. Tra le molte mostre nazionali e internazionali a cui ha partecipato, dalla sua prima mostra alla Große Kunstausstellung del 1968 alla Haus der Kunst di Monaco, sono da citare Documenta 5, Kassel, del 1972 e Documenta 9 nel 1992, e le Biennali di Venezia del 1980, 1990 e 1999. Nel 2011 le è stato assegnato il Premio Meret Oppenheim. Le mostre personali più recenti si sono svolte al Museums of Paris (ARC 2), Philadelphia (Golden Paley), Moscow (NCCA), Vienna (MAK), Kunstmuseum Luzern, ZKM Center for Art and Media, Karlsruhe, Hamburger Bahnhof, Berlino, e Situation Kunst (for Max Imdahl) Ruhr University, Bochum. Una vasta retrospettiva è stata realizzata al Museo Mart a Rovereto nel 2004 e al Kunstmuseum Solothurn nel 2016.

            Lapo Binazzi (UFO), (1943, Firenze; vive e lavora a Firenze) è tra i fondatori nel 1967 del gruppo UFO (1967-1978) con cui contribuisce alla sperimentazione ‘radical’ italiana e con cui propone un nuovo modo di concepire l’architettura portando maggiore attenzione sui temi del contesto sociale e del dialogo con i nuovi mezzi di comunicazione. La particolarità delle loro riflessioni propone opere di tipo performativo al limite con gli happening e crea una visione in cui moderno e post-moderno (che ancora si deve affacciare nel mondo dell’arte) non sono in opposizione. Tra le azioni più significative sono da ricordare quella del 1968 dal titolo Urboeffimero in cui interagiscono sia una manifestazione studentesca che l’architettura rinascimentale classica della città di Firenze producendo un video, e quella del 1973 dal titolo Ipotesi di sopravvivenza realizzata nella campagna toscana producendo una serie di immagini fotografiche, tra cui quella usata per una copertina della rivista Casabella dell’anno successivo. Tra gli arredi famosi sono da ricordare il ristorante Sherwood del 1969 a Firenze e la discoteca Bamba Issa dello stesso anno a Forte dei Marmi. Lapo Binazzi con gli UFO è tra i fondatori nel 1973 della Global Tools e nel 1975 dell’atelier-laboratorio di nuovo artigianato Casa ANAS, in cui vengono create piccole serie e pezzi unici di lampade ora presenti nelle collezioni dei più importanti musei internazionali: fra queste le lampade Dollaro, Paramount, MGM (1969), Ago e Rocchetto (1975), e le Lampade al Neon (1975). Con il gruppo UFO parteciperà a numerose mostre internazionali come La Triennale di Milano (1968 e 1973), la Biennale di Parigi (1971), Design als Postulat di Berlino (1973), la Biennale di Venezia (1978), Design by Circumstances di New York (1981). Per la mostra Contemporanea a Roma (1974) curerà personalmente una sezione di design, oltre a realizzare una performance itinerante per la città in bicicletta con gli altri membri del gruppo. Dopo lo scioglimento degli UFO (1978), Binazzi continuerà a curarne l’immagine, la produzione e gli archivi. La sua personale attività successiva si articola tra architettura, design e arte, e comprenderà la produzione anche di performance come Ladro d’albergo, Galleria Schema, Firenze (1976), Arte v/s Sport, Centro Brera, Milano (1977), Documenta 8 a Kassel (1987), filmati, libri d’artista (La Casa ANAS, Il territorio discontinuo, La ricostruzione radicale dell’universo, Pinocchio triangolare), Radicals, Biennale di Venezia (1996), Working Insider, Meccanotessile Firenze (2003). Come designer partecipa nel 1979 alla fondazione di Alchimia a Milano. Fra le numerose mostre la personale presso Alchimia a Firenze (1981), The Italian Metamorphosis 1943- 1968, Guggenheim Museum  New York (1994), Il dolce stil novo della casa (1991), Il Design Italiano 1964- 1990, Triennale di Milano (1996). Nel 2011 si tiene al Museo Pecci di Prato una mostra monografica degli UFO dal titolo “UFO STORY” con un catalogo ragionato realizzato per l’occasione.